Con i miei soliti tempi, ecco il resoconto, sei mesi dopo…

A metà dicembre inizio a pensare a dove avrei voluto essere a festeggiare (festeggiare?!) i miei 40 anni.
La Clio non proprio in salute e il poco tempo a disposizione mi convincono a scegliere una meta non troppo lontana: si va a casa, dove per casa da qualche tempo intendo l’appennino ligure, in val Borbera e dintorni.

27 dicembre. La mattina carico l’auto con tutto quel che serve: ci passerò un paio di notti. Parto subito dopo pranzo, almeno due ore e mezza ci metterò, voglio arrivare con ancora un po’ di luce.
Solita trafila: tangenziale est e ovest, poi A7 fino a Arquata Scrivia e provinciale per la val Borbera. Vignole, Borghetto, Persi, le strette del Pertuso, Cantalupo, Albera, Cabella, fino a svoltare a destra una prima volta verso Carrega e una seconda verso Vegni.

Parcheggio, ma non sono convinto: mi sento troppo in piazza, c’è un po’ di gente in giro, il campanile vicino temo batta le ore anche la notte… cambio idea.
Scendendo la valle dell’Agnellasca valuto altre possibilità, ma un po’ per paranoie mie, un po’ perchè inizio a essere stanco e non ho più voglia di sbattimenti, va a finire che, tornato sulla SP140, svolto a destra e salgo fino alle ben conosciute Capanne di Cosola, dove mi fermo al mio solito posto.
Ormai è sera. Non ho gran voglia di cucinare: mangio qualcosa al volo e poi a letto.

La mattina dopo -auguri!- mi sveglio intorno alle sei e mezza. Anche se grazie al Cumulus ho dormito in mutande e maglietta in auto sono sottozero, il termometro esterno segna -6.

Colazione, caffè e prima ancora che albeggi imbocco la stradina che sale di fronte al ristorante-albergo.
Ignoro le deviazioni a destra verso il monte Chiappo e proseguo finché la mulattiera diventa sentiero.

Per terra è tutto brinato: meglio, c’è molto fango, almeno non si affonda. Arrivo infine a confluire sulla sterrata che sale verso le Bocche di Crenna, dove arrivo in breve. Sul crinale c’è un discreto vento, non fa però freddissimo e soprattutto il tempo sembra tenere. Affronto l’ultima rampa ed eccomi in cima all’Ebro. Solite foto, firmo il libro di vetta (da un po’ mancavo, non sapevo ci fosse), poi il vento rinforza: meglio scendere.
Classici incontri obbligati con i soliti daini e velocemente sono alla macchina.

Dopo un risotto in busta opportunamente condito, leggo un po’ e studio il da farsi: non tornerò a Vegni, sposterò la partenza più in là.
Partenza nuovamente verso Cabella: dove passerò la prossima notte non avrò campo, voglio trovare una connessione decente per comunicare a casa dove dormirò e approfittarne per scaricare qualcosa da vedere la sera.

Sceso a fondovalle imbocco nuovamente la strada per Carrega, stavolta prendo per Agneto e, oltrepassato il paese, mi fermo subito prima del ponte sul rio Berga. Traffico praticamente inesistente, in mezza giornata saranno passate quattro auto. Passo il pomeriggio a leggere, dopo cena un film e poi a nanna. La differenza rispetto ai quasi 1500 metri della notte precedente si sente tutta: qui sono solo 700, fa quasi caldo.

La mattina arriva velocemente: è ancora buio, ne approfitto per testare la nuova frontale e, dopo poche centinaia di metri di asfalto, imbocco il sentiero sulla sinistra.

Si sale tutto sommato senza pendenze spezzagambe, inoltrandosi sempre di più nella selvaggia valle dei Campassi. E’ inverno, ma nonostante ci sia più luce, grazie alla vegetazione dormiente si sente di essere davvero fuori dal mondo. In breve spunto a Campassi, piccola frazione di Carrega Ligure completamente silenziosa, non c’è anima viva. Superate pochi minuti dopo le altrettanto silenziose poche case di Croso, abbandono la civiltà e scendo fino al torrente di fondovalle che attraverso nei pressi di due antichi mulini.

Il sentiero riprende quota velocemente e il fiato manca. Mi fermo spesso a osservare il cielo grigio mentre mi avvicino sempre di più a quel che resta delle case di Reneuzzi. Sale anche il vento, inizia ormai a piovigginare, quando intravvedo la prima casa. L’atmosfera direi che è quella giusta…

Il piccolo paesino è stato abbandonato all’inizio degli anni ‘60, le case sono quasi tutte più o meno purtroppo crollate. Per conoscere meglio il paese e la triste storia che porta molte persone a visitarlo rimando a… Google.

Scatto qualche foto, ebbene sì, senza entrare nel famoso piccolissimo cimitero, e via verso Ferrazza che raggiungo dopo un quarto d’ora.
Qui la musica cambia decisamente: alcune case sono state recuperate e vengono utilizzate prevalentemente d’estate. Dopo Ferrazza, ecco comparire tra i faggi le poche case dei Casoni di Vegni. Anche qui la natura si è ripresa i suoi spazi.

Si risale fino alla ventosa Sella dei Campassi, dove per la prima volta compare il segnale GSM, ne approfitto per confermare a casa che son vivo.

Da qui una comoda mulattiera scende verso Vegni. Non arrivo però al paese: devio subito prima delle case oltrepassando un cancelletto sulla sinistra e inizio la discesa verso fondovalle.

Il mare di foglie secche nasconde insidie varie: pietre, rami e terreno polveroso e friabile non aiutano di certo una discesa già scassaginocchia di suo. Arrivato al Mulino di Agneto, trovo l’area picnic decisamente più pulita e in ordine di qualche anno fa: bene!
Un’occhiata alla vecchia ruota metallica e scendo sul greto del torrente.
È il 29 dicembre, mi aspettano un paio di guadi onestamente poco piacevoli: il rio Campassi e il Berga, ma non è il caso di fare i difficili, ormai il cammino è terminato, così entro in acqua senza troppe cerimonie.

Cinque minuti ancora ed ecco la macchina. Dopo essermi cambiato, motore acceso, riscaldamento a palla e posso prendere la strada di casa.